Tango
Tango.
Occhi socchiusi.
La mia fronte appoggia sulla tua tempia..
Non ti conosco
Eppure so tutto di te..
Le mani... il respiro.. conosco ogni passo
Mi inviti.. rispondo.. mi dici seguimi..
Mi fido
..
Nello spazio di un tango
..
Nel buio
Nel buio della notte
sono solo nella mia stanza e piango,
piango la fine di un sentimento appena nato,
un fiore reciso appena sbocciato.
Ma dentro di me rimane la speranza,
un piccolo fuoco nascosto dalle ceneri.
Non voglio arrendermi
non posso credere che nel mondo
non ci sia qualcuno che,
come me, cerchi l’amore.
L’amore fatto di dolcezza,
di sguardi, di carezze,
di risate, di sciocchezze raccontate,
di corse sulla spiaggia,
di complicità, di emozioni,
di amore, insomma!!!
cve
Se
Se dovessero chiederti
qual’è la cosa più importante al mondo
rispondi senza esitare: l’Amore.
Non credere a chi dice che l’Amore non esiste,
non lo ha mai cercato.
Tu invece cercalo
anche se un minuto di felicità
dovrai pagarlo con ore di sofferenza:
ne vale la pena!
Nessuno può dire di aver vissuto
se non ha amato almeno una volta nella vita,
se i suoi occhi non hanno pianto per amore.
cve
Una stella
Una stella si è accesa in cielo
ha brillato un attimo
e si è subito spenta.
Un soffio di vento è passato sul prato,
come una mano lieve ha carezzato l’erba
poi è svanito.
Un raggio di sole ha bucato le nubi grigie,
il tempo di batter le ciglia
ed è sparito.
cve
Lei stava lì per ricomprarsi la vita.
E per ricomprarsi la vita vendeva illusioni.
Quelle illusioni che durano un attimo, che costano poco.
Quando passavo per quella strada incontravo i suoi occhi.
Nei suoi occhi c’era tutta la sua storia.
La sua storia era lunga ventuno anni.
Ed era nera come la sua pelle.
Quando passavo per quella strada incontravo il suo sorriso.
Quello era per tutti. Era gratis. Non costava nulla.
Quel giorno avevo tra le mani solo tre dieci.
Era la solita partita a poker che giocavo con la mia vita.
Decisi di bluffare.
Dissi “Mi gioco tutto”.
Rimasi in silenzio. In attesa.
La mia vita rispose “Vedo”.
Calò tre assi.
Avevo perduto!
Fu quel giorno che fermai la macchina davanti a quegli occhi.
Salì. Disse “Ciao amore”.
Forse lo diceva a tutti.
Forse tutti andavano da lei solo per sentirselo dire.
Con la mano indicò una strada che si perdeva tra i campi.
Intorno era solo afa, calura, polvere, erba secca, cicale, disperazione.
Quando il ponte della ferrovia fu sopra di noi fermai.
Lasciai cadere i soldi sul portaoggetti.
Le mani sul volante a guidare nel nulla.
Gli occhi su quella strada fatta di niente.
Finalmente dissi “Raccontami la tua vita”.
Mi guardò.
Ma lentamente.
Con quegli occhi da bambina.
Senza stupore.
Tirò via le scarpe da ginnastica scoprendo i calzini di spugna bianca.
Aspettò che il suo corpo scivolasse sul sedile.
Poggiò i piedi sulle mie gambe e il suo sguardo sul mio viso.
E, senza chiedersi il perché, fece la cosa più esatta da fare in quel momento.
Come se in fondo era lì, da sempre, solo per quello. Raccontare.
La sua terra.
La madre che andava a piedi in città a comprare e poi rivendeva al mercato.
Il padre che non c’era più.
Il suo ragazzo che faceva il camionista, si ubriacava e poi voleva fare l’amore.
Il nonno che aveva tre mogli.
Sei fratelli più piccoli che giocavano a piedi nudi nelle pozzanghere.
Lei che si era inventata il lavoro di pettinare le donne del villaggio.
Poi una sera ti dicono che c’è un posto sull’aereo.
Una macchina ti aspetta in strada.
Devi partire subito.
La madre la rincorre, le passa dal finestrino una borsa di plastica con le sue poche cose.
Non sai dove. Sai solo che devi andare.
Verso una vita nuova, un lavoro, una dignità, forse un amore.
Stai andando ad incontrare il tuo futuro.
Quando l’aereo atterra, scopri che sei arrivata alla fine del mondo.
Dove ti strappano di dosso la giovinezza e violentano la tua speranza.
In una casa dove ti vendono per quarantamila dollari.
E qualcuno ti compra.
Con quarantamila dollari si è messo nelle tasche la tua vita, la tua anima.
Da quel giorno non pensi ad altro.
Quarantamila dollari per ricomprarti la vita.
L’anima no, quella l’hai persa per sempre.
La voce si fermò.
Silenzio.
Intorno solo silenzio e disperazione.
Restammo a guardarci.
In silenzio.
Con le ferite aperte.
A guardarci.
Aspettando che accadesse qualcosa.
E quando qualcosa accadde fu “Gli uomini pagano per fare l’amore con me. Tu hai pagato per fare l’amore con la mia vita. Perché con la mia vita?”
Risposi “Perché con la mia vita non posso più farci l’amore”.
Mi chiese “Ti ha tradito?”
Aggiunsi “Mi ha ingannato. Ha fatto promesse che non ha mantenuto. Mi ha fatto credere che quella donna, quel amore, quella felicità fosse per sempre. Anche quando i vulcani fossero esplosi e le foreste bruciate e i ghiacciai disfatti e gli oceani avessero inondato la terra e il sole squarciato ed il cielo oscurato e la terra frantumata in infinite meteoriti impazzite… quel amore sarebbe stato per sempre. Capisci? Per sempre”.
Con gli occhi raggiunse l’infinito, poi semplicemente disse “No. Nulla è per sempre”.
“Nel mio paese esiste una leggenda. Racconta che, ad ogni uomo viene affidato tanto amore quanto ne può contenere il suo cuore. L’uomo deve trattenerlo, proteggerlo, difenderlo, salvarlo, lottare, combattere, avere il coraggio di scegliere, fare rinunce, se necessario morire per quel amore. Tu hai fatto tutto questo? Hai saputo custodirlo, hai scelto il tuo amore? O lo hai lasciato morire?”
Pensai che, se ad ogni uomo fosse dato di decidere l’attimo nel quale morire io avrei scelto quello. Mi sembrava il più giusto.
Mentre quelle parole mi giustiziavano ripercorsi la strada del ritorno. Mi fermai. Fece per scendere, le presi una mano, si voltò, riuscii solo a dire “Ma tu chi sei?”
Scoppiò a ridere. Mi guardava e rideva. Una risata irritante, insolente, beffarda, senza pudore. “Non mi riconosci? Sono come tua vita. Sono quella che hai desiderato e non hai avuto il coraggio di avere. Sono la femmina di tutti. La donna di nessuno”.
Mi allontanai. Nello specchietto la vidi diventare sempre più piccola, poi sparire.
Per sempre!
L’aria era carica di pioggia da nord era in arrivo un temporale.
cve
Un Sogno
E’ tardi.
Come sai sono solo.
Non riesco a dormire.
Potrei uscire, vagare, perdermi nella notte.
E’ seducente Roma nelle notti di agosto.
Come una bella donna stanca che riposa.
Tu puoi girarle intorno.
Ammirare il suo corpo.
Respirare il suo profumo.
Desiderarla.
Potrei comprare un attimo di felicità.
Davanti ad un bicchiere.
All’angolo di una strada.
Invece resto qui.
A questa finestra affacciata sul cielo.
Stellato.
Lì in basso c’è una stella piccola.
Più luminosa delle altre.
Chissà perché si comporta così.
Chissà cosa vuol dirmi.
Chissà dove sei.
Chissà se stai guardando il cielo.
Chissà se hai scelto la stessa stella.
Che pazzia!
Chissà se stai dormendo.
Chissà se stai sognando.
Cosa stai sognando.
Un giorno di sole.
Una piccola piazza di paese.
Una panchina.
Un’emozione.
Le cascate.
Un bacio sul muretto.
Davanti un panorama mozzafiato.
Un semaforo rosso, due labbra che si incontrano.
Un treno che arriva. Che parte.
I sogni non si scelgono.
Sono come i regali.
Si accettano... e basta!
Magari potessi regalarti un sogno.
Lo sceglierei con cura.
Lo sceglierei : felice, allegro, festoso, divertente, buffo, irreale, fantastico.
Un sogno deve essere un sogno!!!
...
Ad una donna che ho amato. Che amo. Che amerò.
cve
Quando
Quando facevamo l’amore la stanza era buia.
Sul tavolino solo un piccola candela profumata.
Le candele profumate sono state pensate per durare giusto il tempo di fare l’amore.
Loro sanno bene quello che devono fare.
Starsene lì in silenzio e durare il tempo esatto....non un minuto in più… non un minuto in meno.
C’è da dire che lo fanno con molta dignità!
La stanza era pervasa da un odore antico. Da un luce lontana.
A volte mettevamo anche una musica.
Lenta. Delicata. Discreta. Che non raccontasse mai.
Sono sicuro che non l’ascoltavamo.
Ma alla musica non importava. Restava lì.
In fondo faceva il suo mestiere.
Avevamo scelto di fare l’amore con tutti e cinque i sensi.
Proprio così! Con i profumi, i suoni, i sapori, gli sguardi, le mani!
I profumi erano già tutti lì. In quella stanza.
Li dovevi solo inseguire col naso… e poi afferrare col cervello.
La sua pelle, le lenzuola profumate di bucato, la candela, l’aria di pioggia, i suoi capelli.
Anche l’orchestra era già pronta. Dovevi solo stare lì ed ascoltare.
Il cuore che batteva, il suo respiro, le frasi appena sussurrate, le parole mai pronunciate.
I sapori li dovevi scegliere con saggezza.
Il sapore della sua bocca, della sua pelle, del suo corpo.
Il dolce, l’amaro, il frizzante, il salato.
Alla fine in bocca ti doveva restare un gusto solo. Il desiderio!
Nella penombra dovevi riuscire a leggere i suoi occhi.
Intravedere il suo volto. Immaginare il suo corpo.
Quel tanto che basta. Per non capire tutto. E subito!
Infine le dita. Le dita non dovevano toccare.
Dovevano semplicemente volare. Alcune volte sfiorare.
Con un movimento lento. Implacabile. Ingiusto.
Dai capelli giù a modellare il naso, a disegnare la bocca, scivolare lungo il collo, circumnavigare i seni, attraversare il bacino, percorrere le gambe, scalare i piedi.
Poi il nulla. Il vuoto. E ritornare.
Scalare i piedi, percorrere le gambe, attraversare il bacino, circumnavigare i seni, salire lungo il collo, disegnare la bocca, modellare il naso, fermarsi tra i capelli. A riposare. A prender fiato.
E poi di nuovo giù. Ininterrottamente. Senza stanchezza.
Fino a quando non sentivi nelle orecchie il profumo della sua pelle, nel naso il cuore che batteva, in bocca l’aria di pioggia, negli occhi i sapori e … tra le dita il suo respiro.
In quel preciso momento... non un minuto in più… non un minuto in meno... la candela si spegneva. La musica cessava.
Ci mettevi un bel po’ per ritornare nella stanza.
Stavi ancora volando!
Era durato un minuto, un’ora, un giorno?
Cosa importa! Questo è solo uno stupido dettaglio!
L’importante è che avevi volato! Questo si, conta veramente!
…
Questa non è una poesia. Non è nemmeno un racconto.
E’ un emozione. La mia.
cve